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Procreazione assistita, una sfida per il medico o per il paziente?

-articolo pubblicato sulla rivista Voyager, Maggio 2005 -

di Irene Bellini- Intervistato il dott. Girolamo Agnello-

 

E’ uno dei temi più caldi di questo periodo, uno di quegli argomenti di cui si sente, discretamente, discutere al bar come al mercato. Anche perché il problema riguarda una larga fascia di persone, se è vero, come ci dicono studi recenti, che almeno una coppia su sei presenta, in un certo periodo della sua vita, un problema di infertilità. Chi non conosce giovani coppie alle quali i parenti continuano a ripetere la fatidica frase: “Quando ci date un nipotino?”. E chi non ha riflettuto almeno una volta sui dati che riguardano in nostro paese e che danno l’Italia fanalino di coda in fatto di natalità e seconda solo all’Albania per anzianità di popolazione? A sorpresa, in una società in cui si discute a tempi alterni di aborto e di inseminazione artificiale, il problema della procreazione sembra stia diventando uno dei più sentiti. Ma siamo sicuri di sapere tutto quello che c’è da sapere?

Dalla provetta alla pecora Dolly
Il modo di affrontare l’infertilità cambia radicalmente alla fine del Settecento quando Lazzaro Spallanzani riesce a fecondare artificialmente una cagnetta. In Inghilterra John Hunter aveva, con successo, tentato lo stesso esperimento con una donna. Era l’inizio di una nuova era, un’epoca in cui la manipolazione dei processi riproduttivi doveva dare risultati considerati fino ad allora irraggiungibili. Il 25 luglio del 1978 nasce Louise Brown, la prima figlia in provetta e, nel 1997 il grande salto: arriva la pecora Dolly, il primo essere vivente nato dalla clonazione.
Mentre il mondo si interroga sull’opportunità o meno di arrivare a clonare degli esseri umani, una grande quantità di coppie affronta il disagio di un figlio che non arriva. Secondo le statistiche mediche, in condizioni normali, quindi senza protezione, il 70% delle coppie ha una gravidanza nell’arco di un anno e l’85% nell’arco di due anni. Un anno, quindi, passato senza concepire, per alcuni diventa già un campanello d’allarme.


Un figlio in laboratorio
Le implicazioni personali e sociali di una gravidanza che non arriva sono molte. Alla sensazione d’inadeguatezza si accompagna spesso il senso di colpa, nei confronti del partner come della famiglia e della società. Gli specialisti sanno che la reazione di fronte all’infertilità cambia tra uomo e donna. E sono queste ultime a manifestare un livello maggiore di ansia, di depressione e di perdita dell’autostima. Inoltre, sarà la donna, nel caso si faccia ricorso a tecniche di procreazione assistita, a subire sul proprio corpo le procedure terapeutiche previste.
Da dieci anni a questa parte, c’è stata la tendenza a rinunciare alle tecniche chirurgicamente più invasive a favore della FIVET, la fecondazione in vitro, e della ICSI, che prevede in più la scelta di un singolo spermatozoo, entrambi gestibili solo ambulatorialmente. Entrando nel dettaglio, mentre nella FIVET la corsa alla fecondazione dell’ovocita viene vinta dallo spermatozoo con più capacità penetrative, nella ICSI è il biologo a scegliere quale spermatozoo feconderà l’ovocita e quindi chi sarà il nuovo embrione. Insomma, mentre nel primo caso è ancora la natura a fare il suo corso, nel secondo è l’uomo a decidere. Questa libertà d’azione ha convinto molti medici a scegliere la ICSI come tecnica di riproduzione assistita. Il perché è presto detto. Quando si pensa al travaglio della coppia in cerca di maternità, si tende a dimenticare l’altro protagonista, e cioè il medico.

Tra medico e pazienti
E’ appena uscito uno studio, portato avanti dal dottor Girolamo Agnello, dell’IRPACE, Istituto di Ricerca in Psicologia dell’Alto Carico Emotivo, un’associazione con lo scopo di migliorare la relazione tra medico e paziente, che ha evidenziato il malessere contemporaneo di medici e pazienti nei casi di fecondazione assistita. Ma perché entrambi? Perché, nonostante i progressi della scienza medica, la percentuale di fallimento è ancora incredibilmente alta: eccetto casi sporadici, solo nel 30% dei casi si avranno risultati positivi, ed inizierà quindi una gravidanza. Nel 70% dei casi, invece, non succederà nulla. Chi deve, per primo, gestire il fallimento di fronte ai pazienti è proprio il medico, al quale la coppia ha dato una completa fiducia. E a subire i contraccolpi maggiori, pare siano i professionisti più validi, quelli che faticano maggiormente a fare i conti con un impegno personale sempre crescente e risultati inferiori alle aspettative.
In un campo in cui buona parte della responsabilità è ancora della natura, si fatica ad ammettere che l’uomo non possa ottenere sempre ciò che si è prefissato.
Per questo, probabilmente, si è avuto negli anni un incremento della ICSI, come tecnica di fecondazione assistita, rispetto alla FIVET. Diversi medici, è la considerazione più semplice, si sentono più sicuri quando a scegliere sono loro, evitando la casualità tipica dei processi naturali. Contrariamente alle previsioni, però, non si è avuto un aumento apprezzabile delle gravidanze a fronte, invece, di un maggior rischio di patologie cromosomiche.
Gli sforzi per abbattere l’insuccesso, comunque, sono veramente molti: biologi, farmacologi e ginecologi fanno ricorso a tutte le risorse dei rispettivi campi di studio pur di agevolare la gravidanza. Dal canto suo, la tecnologia ha fatto grandi passi avanti, fornendo agli operatori apparecchi sempre più sofisticati. Nonostante tutti questi sforzi, però, la percentuale di successo delle tecniche applicate ha avuto un miglioramento di soli pochi punti.

L’uomo nel suo complesso
Negli ultimi ottanta anni la popolazione mondiale è aumentata di sei volte. Non sarebbe da considerarsi strano, quindi, se la natura stesse mettendo in atto, in maniera spontanea, un processo di riequilibrio ecologico. Una considerazione, questa, che tiene conto anche di un altro fattore: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, oggi è da considerare normale un campione di 20 milioni di spermatozoi, contro gli 80 di soli 25 anni fa. Una conferma, quindi, della tendenza generale alla diminuzione del numero degli spermatozoi umani.
Inoltre, non sempre l’impossibilità ad avere figli dipende da cause organiche. Di tutte le coppie che si rivolgono agli specialisti, un sesto ha un problema di fertilità inspiegata, una incapacità a concepire della quale non è stato trovato un motivo, una causa, anche dopo tutti gli accertamenti medici. “E’ noto l’effetto negativo dello stress sulla funzionalità riproduttiva”, conferma Agnello “per questo ogni coppia deve essere trattata nel suo complesso, e la salute dovrebbe essere intesa non come assenza di alterazione misurabili ma come equilibrio e globale armonia dell’intero individuo”. In tale senso va il protocollo Saharai da lui proposto nella recente pubblicazione Oceano Fertilità edita da Springer. L’intento, dice l’autore, è salvaguardare lo stato psicosomatico e psicofisico delle coppie e dei medici. Saharai, in uso già in alcuni centri di procreazione assistita in Italia, è riuscito a modificare la classica relazione medico/paziente creando un vero e proprio dialogo riflessivo e nel contempo terapeutico.
L’Harvard Medical School ha fatto uno studio sulle pazienti infertili, arrivando a rilevare tra tutte le esaminate un alto indice di depressione. Quando 174 di loro hanno affrontato la psicoterapia il risultato è stato sorprendente: al termine delle sedute il 50% ha avuto una gravidanza spontanea. Torna alla mente un servizio televisivo di più di 10 anni fa. Per conto di uno di quei programmi che la televisione dovrebbe ricordare, I giorni dell’infanzia di Arrigo Levi, sono state raccolte delle testimonianze al Tribunale dei Minori di Roma. Si parlava di adozione, delle difficoltà di molte coppie e della situazione di tanti bambini. Ad un certo punto è uscita fuori una considerazione che non ci si aspettava: pare, infatti, che diverse coppie considerate sterili, una volta ottenuta un’adozione regolare, si accorgano di aspettare un bambino.

 

PROBLEMI MEDICO-LEGALI CONSEGUENTI ALL’APPLICAZIONE DELLE TECNICHE DI PMA
-Agnello Girolamo, Cecchi Rossana, Sannella Alessandra-

 

Oggi si assiste ad una netta prevalenza (90%) di impianti tramite ICSI piuttosto che tramite FIVET. Ciò comporta da un lato una maggior garanzia di riuscita per l’operatore e di aderenza alle imposizioni legislative, ma dall’altro un numero molto più elevato di neonati con alterazioni cromosomiche create in laboratorio. Spesso questo risvolto non è conosciuto dalla coppia e nel corso del colloquio informativo i dati non vengono chiariti per il persistente fallimento del dialogo medico-paziente e la sottovalutazione delle spinte –difensive per il medico, di urgenza per la coppia- che sottendono all’incontro medico-coppia.
Nel presente lavoro viene presentato il protocollo d’intervento Saharai messo a punto dall’istituto IRPACE onlus di Roma in atto adottato da alcuni centri nazionali che utilizza come strumenti di comunicazione un questionario, autosomministrato prima ancora del colloquio informativo tecnico, nonché il sistema del nurse-ring che permette a tutti gli interessati di seguire “de visu” i vari passaggi della tecnica fecondativa.
Vengono discussi gli indubbi vantaggi ottenuti da questo approccio dialogico che permette l’instaurarsi della formazione di una inedita équipe medico-paziente che rende quasi inesistente qualsiasi atto di rivalsa medico-legale.

 

Dialoghi Prima della Provetta

CORRIERE DELLA SERA Sabato 16 aprile 2005
-SALUTE di Margherita de Bac-


Perché il 70% degli interventi di procreazione assistita fallisce? Un nuovo protocollo interroga e rassicura la coppia. Coinvolgendola nelle procedure mediche.

Desidero avere un figlio per regalare un nipotino a mia madre”. Mi sento in colpa perché ancora non ho un bambino”. Il fatto di non essere mamma è fonte di grande tensione”. Sono 90 per lei e altrettante per lui le domande del questionario per le coppie che si rivolgono ai centri di fecondazione assistita proposta da Girolamo Agnello, ginecologo e psicoterapeuta, fondatore a Roma di Irpace onlus, un istituto di ricerca sulla psicologia. Con il suo gruppo Agnello ha messo a punto un protocollo ideato per migliorare il rapporto tra medico e paziente sterile. Il risultato finale dovrebbe essere l’aumento delle percentuali di successo delle tecniche di procreazione assistita. Il protocollo ha un nome che richiama la Bibbia e la speranza, Saharai è l’acronimo di Systemic approach in human assisted reproduction and infertility, ma evoca anche Sara la moglie infertile di Abramo. Comprende un test da sottoporre agli aspiranti genitori prima delle cure per valutarne motivazioni e determinazione. E un processo chiamato “nurse-ring” (da nursery, vivaio, e ring, cerchio): i vari passaggi della fecondazione (dal prelievo di ovociti all’impianto dell’embrione) vengono filmati in modo che la coppia possa seguire le fasi del concepimento. Si sentirà così rassicurata sulla correttezza delle operazioni. Inoltre il protocollo prevede la presenza di uno psicologo.
Nel libro Oceano fertilità appena pubblicato da Springer, Agnello spiega: “Le tecniche di fecondazione assistita falliscono al 70%. Per medici e pazienti significa frustrazione e forti carichi emotivi. Saharai ha l’obbiettivo di instaurare un dialogo fra tutti gli attori della fecondazione. I primi dati mostrano un netto miglioramento psicofisico”.
Manfredi Asero, psicologo del centro Hera di Catania, conosce il Saharai e sta pensando di usarlo con il suo gruppo: “ Purtroppo la quasi totalità dei centri non dispongono, o non sfruttano adeguatamente, operatori con la nostra formazione. Salvaguardare lo stato psicosomatico e psicofisico delle coppie è fondamentale. Noi offriamo un modello integrato. E in tre anni, su 1700 pazienti, le percentuali di successo sono salite del 20 per cento”. Per Carlo Flamini, ginecologo del centro Tecnobios di Bologna, l’offerta di un supporto psicologico può essere controproducente:” Non tutti accettano un aiuto che può ferirli e rimarcare un evento criticabile”. Le coppie non vogliono sentirsi in discussione. E poi sul piano dei risultati non ci sono differenze rispetto ai protocolli che non prevedono l’intervento di psicologi”.

 

A Proposito di maschile e Femminle

-a cura di Riccardo Gaglio, Psicologo prenatale-

 

Questo breve lavoro ha cercato di approfondire un argomento fondamentale per un uomo e una donna che si preparano ad accogliere una nuova vita: l’importanza della necessità che il “maschile” e il “femminile” lavorino in team per un progetto creativo che non si esaurisce con la nascita, un team che sappia perdere l’identità periferica a favore di uno spazio comune; una “coniucto” tra maschile e femminile da raggiungere sia a livello d’identità soggettiva che a livello di relazione di coppia; al di là dell’importanza della preparazione fisica che molte donne oggi pretendono prima del parto non possiamo dimenticare l’enorme importanza di una preparazione psicologica che coinvolga entrambi gli elementi della coppia.

 

Ogni esperienza di vita richiede al tempo stesso energia e meditazione, impeto e pazienza, maschile e femminile, intese come modalità psicologiche ancestrali e trasversali, non del tutto sovrapponibili rispetto al sesso biologico. Il maschile, infatti, come energia psichica, si caratterizza per l’impeto, la tenacia, ma al tempo stesso la violenza e la brutalità; nessun maschio sarebbe veramente uomo se non contenesse in sé elementi di quella femminilità, intesa invece come capacità di accoglienza, come semplice stare, ma che nel suo versante assoluto e patologico risulterebbe altrettanto problematica. In un mix di forza e determinazione, misto a sensibilità e perseveranza, ciascuno gioca la sua partita; dal concepimento di sé al parto del proprio bambino, come in tutti i momenti in cui c’è in gioco la vita, il maschile ed il femminile si incontrano e si compenetrano. Influenze culturali di diverso genere hanno portato l’uomo a smarrire la sua femminilità, come la donna a stemperare la sua mascolinità, perdendo ciò che era invece, forse inconsapevolmente, noto già agli antichi.

Tra i miti dell'antica Grecia, che racchiudono spesso tra le pieghe delle narrazioni fantastiche significati profondi e interpretazioni esemplari delle vicende psicologiche dell'uomo, ce n'è uno - quello di Tiresia - che ben si presta a cogliere l'ambivalenza della sessualità umana, offrendoci una chiave di accesso agli aspetti più nascosti e complessi di essa.
Tiresia, secondo la mitologia greca, era uno dei pochi esseri umani ad avere provato personalmente la bisessualità. Un giorno, sul monte Cilene, vide due serpenti nell'atto di accoppiarsi. Per difendersi dal loro attacco colpì con il bastone la femmina, uccidendola. Subito fu trasformato in donna e divenne una celebre prostituta. Sette anni dopo si trovò nello stesso luogo di fronte alla stessa scena: questa volta ad essere colpito fu il maschio. Tiresia recuperò la precedente virilità. Dall' esperienza diretta di entrambe le condizioni Tiresia trasse una particolare conoscenza in fatto di sessualità, al punto che Zeus ed Era si rivolsero a lui per metter fine ad una animata lite di coppia che ruotava attorno all'interrogativo: chi trae maggior piacere dall'atto sessuale, l'uomo o la donna? Ciò che nel mito è interessante non è solo il transessualismo bidirezionale di Tiresia (da uomo diventa donna e da donna ritorna ad essere uomo), ma la condizione originaria, simboleggiata dai due serpenti intrecciati, di un iniziale bisessualismo. E' come se i due generi – il maschile e il femminile - si originassero nella loro identità specifica solo a seguito della scissione di quell'intreccio unitario.
Identico messaggio ritroviamo nel famoso mito degli androgini, raccontato da Platone nel Convivio. Questi particolari esseri viventi, uomo-donna (andro/gini), furono da Zeus tagliati a metà, dividendo la parte maschile da quella femminile, per indebolirne la potenza. Narra il mito che a seguito di questa separazione ogni metà (che Platone definisce " symbolon") desiderava ardentemente ricongiungersi all'altra metà e nulla volevano più fare divise l'una dall'altra.
Archetipo della ricerca amorosa, questa immagine è anche diventata l'espressione simbolica più efficace della riunificazione degli opposti.
L'ipotesi di un originario bisessualismo non trova conferme solo a livello mitico-antropologico ma anche biologico; se infatti facciamo riferimento allo sviluppo embrionale, nelle prime settimane di gestazione assistiamo ad una sorta di indifferenziazione anatomica dei due sessi; o ancora dal punto di vista ormonale, laddove in ogni individuo sono presenti (ab originem) ormoni sia maschili che femminili con percentuali diverse e variabili e con notevole influenza sui meccanismi che regolano anche l' attività sessuale e le espressioni emotive.
Per quanto siano dominanti in un uomo le caratteristiche della mascolinità e in una donna quelle della femminilità, elementi del sesso opposto sono comunque presenti.
Carl Gustav Jung è certamente l’autore che più d’ogni altro ha parlato dell’intima relazione che, da un punto di vista archetipico, lega il mondo del maschile-paterno a quello del femminile-materno. Fu lui per primo a dire che in ogni essere umano esistono elementi del sesso opposto; anche se è frequente che egli possa non “riconoscerli”, essi sono comunque presenti: così come per ogni uomo orientato alla competizione, alla forza, alla moralità, alla legalità, al logos, vi sarà una parte nascosta di sé (che Jung chiama “anima”) legata all’emotività, alla creatività, alla cura, all’accoglienza, allo stesso modo per una donna orientata alla cura, all’accudimento, all’emotività, all’accoglienza vi sarà una parte nascosta (che Jung chiama “animus”) legata ad espressioni tipiche della mascolinità. Se però è vero che nel pensiero junghiano appaia questa intima necessità della “coniucto” tra il “maschile” e il “femminile”, lo stesso autore fa spesso riferimento a miti ed archetipi che, a prima vista, sembrerebbero riferirsi unicamente all’idea di un “maschile” e di un “femminile” separati e autonomi.
Nel caso dell’archetipo della Grande Madre, ad esempio, il femminile-materno viene rappresentato da una forza primordiale e autonoma, potenza creatrice da cui ogni cosa ha origine; un mito, quello della Grande Madre, sopravvissuto in alcune culture primitive, ad esempio quelle melanesiane, dove la donna viene sempre immaginata come generatrice di bambini senza l’intervento del compagno maschio oppure nella più vicina cultura cattolica che ha mantenuto l’idea di Madre geneneratrice Vergine, fecondata non da uomo ma dallo Spirito Santo. L’atto procreativo, dunque, “è la Madre”. Se però da un lato il mito dell’autonomia generatrice del femminile-materno è il carattere saliente dell’archetipo della Grande Madre, dall’altro la sua potenza creatrice svela l’aspetto ambivalente della figura materna, detentrice della possibilità di dare vita, ma di condurre anche alla morte, di proteggere, abbracciare ma anche di inghiottire, ecc…; è in questa istanza che il mito recupera l’importanza dell’introduzione dell’elemento maschile-paterno; nel mito di Demetra, per esempio, tutti questi aspetti sono rappresentati: la Grande Madre, Demetra, genera Kore senza che vi sia traccia dell’unione con Zeus; la rabbia distruttrice di Demetra per il ratto di Kore rappresenta l’aspetto distruttivo, terrificante, oscuro e inglobante della Grande Madre che vuole trattenere la figlia lontana dal mondo maschile; infine l’intervento di Ade rappresenta l’intervento necessario del Maschile che insieme con l’elemento femminile determina una vera nascita di Kore come individualità psicologica, individuazione che può essere garantita dalla fine del rapporto con la madre. Anche l’universo archetipico del maschile-paterno si collega spesso ad elementi tipici di una supposta autonomia; le caratteristiche di forza, conquista, razionalità, fermezza, moralità, capacità di autorealizzazione ed autodisciplina, rinviano ad un ideale di autonomia e indipendenza: tutt’oggi negli U.S.A. è osannata la figura del Self-made man (letteralmente “uomo che si è fatto da solo”) che non rinvia semplicemente all’immagine di uomo indipendente che non deve chiedere mai, ma a un neologismo che indica la perdita di tracce genealogiche o al limite una possibile autofecondazione di tipo maschile (corrispettivo della partenogenesi femminile della Grande Madre); o ancora l’uomo “tutto d’un pezzo”, simbolo di integrità morale ma anche metafora fallica della “rigida” stoltezza di uomo che si perde “altri pezzi” di sé.
Tornando a Jung è dunque bene non dimenticare i nostri pezzi d’identità lasciati fuori dalla nostra coscienza soggettiva e socio-culturale. Jung ci dice che il cammino che porta ogni soggetto ad una sana individuazione è proprio quello che ha come obiettivo la “coniucto oppositorum”. Una coniucto che lega il mondo della coscienza (o il mondo della cose che ci fa comodo conoscere o “riconoscere”) con il mondo dell’inconscio (o il mondo delle cose che è difficile da conoscere o “riconoscere”), il mondo del maschile con quello del femminile; la strada che porta all’individuazione è rappresentata proprio dalla figura archetipica del Sé, simbolo del congiungimento di due sistemi psichici parziali e complementari; è anche sul piano spirituale uno dei compiti più gravosi per l’uomo che implica una enorme metamorfosi della personalità, un grande sentimento di umiltà e un mutamento di atteggiamento nei confronti della vita. Ma se il processo d’individuazione implica il raggiungimento di un autentico sentimento di integrazione interiore con il quale l’uomo e la donna vengono in stretto contatto con parti Altre in loro stessi, il raggiungimento del Sé è anche un processo oggettivo di relazione che implica la relazione e la scoperta dell’altro come diverso da sé. Questo per spiegare che il cammino che ci porta alla scoperta e al rispetto delle parti più intime e nascoste di noi stessi, è legato al percorso che ci porta alla scoperta e al rispetto delle parti degli altri che ci sono più lontane; essere più sani e sintonici con noi stessi significa esserlo anche con il prossimo: così come nella donna l’integrazione dell’animus la renderà piacevolmente femminile ma nel contempo capace di realizzarsi nel mondo del lavoro e soprattutto di comprendere amorevolmente la natura dell’uomo, allo stesso modo nell’uomo l’integrazione dell’anima lo rende più creativo nel lavoro, più sentimentale e capace di interagire armonicamente e amorevolmente con la propria donna.
L’essere umano che realizza il raggiungimento del Sé sarà anche colui che si avvicinerà maggiormente alla dimensione di una autentica capacità generativa: infatti il processo di individuazione e la generatività, nel senso più ampio del termine, sembrano andare di pari passo. Dapprima identità in fieri, il Sé può essere visto come “figlio”, in quanto potenzialità protesa all’espressione; successivamente il raggiungimento delle proprie parti nascoste segna il passaggio alla dimensione ‘paterna’ del Sé. Il sé-padre, allora, è in primo luogo una conquista: solo chi è capace di far emergere il proprio Sé (ovvero far emergere quanto vi è di potenziale ed autentico in sé), sarà capace di farlo con un figlio proprio. Non a caso il significato originario del termine “educazione” non si riferisce solo all’ “aver cura” ma anche al “portare fuori”, ovvero permettere la manifestazione di quanto c’è di potenzialmente autentico nel proprio figlio; nella direzione opposta vanno quegli uomini e quelle donne che vogliono essere genitori ancor prima che soggetti “ben individuati”: si tratta di persone che spesso immaginano il figlio molto prima del suo concepimento e che lo modellano quasi come fosse creta riferendosi ad un modello interno basato sull’ archetipo di bambino-perfetto; tale archetipo, tra l’altro, li porterà ad attribuire al figlio qualità e capacità desiderate. Il bimbo che nasce, tra l’altro, difficilmente potrà corrispondere all’immagine sognata: il genitore, allora potrà rifiutarlo o tentare di farlo diventare come desidera, costruendo attorno a lui una gabbia di aspettative dalle quali è difficile liberarsi: il figlio potrà essere rifiutato perché ha un handicap fisico o è malato (il bambino cercherà di fare il possibile per assumere un comportamento “normale”), perché appartiene al sesso stigmatizzato (spesso quello maschile) o destinato all’infelicità (quello femminile) (in questo caso il bambino assumerà probabilmente atteggiamenti del sesso opposto o potrà orientarsi verso il transessualismo); o al contrario nel caso in cui corrisponda all’immagine sognata potrà essere scoraggiato a manifestare altri aspetti, magari più profondi, del Sé; in ciascuno di questi casi, mai tuttavia il bambino potrà manifestare ciò che in sé vi è di potenziale e autentico.
L’individuazione, il raggiungimento del Sé, l’integrazione del maschile e del femminile sono dunque elementi fondamentali per un’autentica capacità generativa: ciò è vero nondimeno al momento del parto, massima espressione di capacità procreativa; in un parto naturale la donna deve certamente entrare in contatto con la sua parte più femminile, mostrando capacità di ricettività e abbandono, entrando a stretto contatto con le forze della natura, raggiungendo uno stato alterato della coscienza, “aprendosi” e lasciandosi “attraversare” dal dolore e accogliendo il proprio bambino; deve tuttavia anche manifestare la sua parte maschile, deve lottare, farsi forza, competere, autodisciplinarsi, ecc… Dall’altra parte, l’uomo al momento del parto deve certamente proteggere e stare a guardia della sua “fortezza” rappresentata dalla moglie che sta partorendo, ma dovrà anche utilizzare la sua parte femminile, il suo “principio di non intervento”, riuscendo ad avere pazienza, saper aspettare, non intromettersi, ecc…


 

  
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